Noi abbiamo le ali non è il celeberrimo slogan della RedBull scritto male, ma il messaggio lasciato dalla Cerimonia di Apertura delle Paralimpiadi 2021, tenutasi martedì 24 agosto, dove hanno sfilato 4.400 atleti in rappresentanza di 160 Paesi.

La forma del palco ricordava un aereo, e al centro di esso una ragazzina in sedia a rotelle interpretava un aeroplano con un’ala sola, in cerca del coraggio necessario per spiccare il volo.

 

Prendere il volo

Il concetto di “prendere il volo” si sta rivelando uno slogan azzeccato anche per il modo in cui si sta svolgendo l’evento.

Infatti le Paralimpiadi di Tokyo 2021 sono la 16° edizione dei Giochi Paralimpici, edizione che ha spiccato il volo dopo che quella del 2020 è saltata a causa del Covid19.

Hanno preso il volo in senso letterale i due atleti afghani Zakia Khodadadi, campionessa di taekwondo, e Hossain Rasouli, discobolo, che sono volati in Australia per gareggiare e ci si aspetta che anche altri atleti afghani trovino rifugio nel paese oceanico nei prossimi giorni. Al momento della cerimonia nessun atleta in gara per l’Afghanistan era presente, motivo per cui la bandiera del Paese è stata portata da un volontario.

Prendere il volo è collegabile anche al viaggio intrapreso dalla squadra dei rifugiati, composta da sei atleti, per raggiungere i loro attuali Paesi di residenza.

 

Il rifugiato che inventò le Paralimpiadi

La delegazione dei rifugiati, che si è presentata alle Paralimpiadi per la seconda volta dopo Rio 2016, è stata la prima a entrare nello stadio. Se nelle Olimpiadi il primo Paese a sfilare è la Grecia, in quanto storica ideatrice dei Giochi Olimpici, nelle Paralimpiadi aprono la sfilata i rifugiati, in quanto inventate proprio da un rifugiato politico: Ludwig Guttman.

L’uomo era un neurologo tedesco di origine ebraica. Dopo l’introduzione delle leggi razziali, Guttman scappò dalla Germania insieme alla sua famiglia per trasferirsi nel Regno Unito, dove iniziò a proporre ai pazienti lo sport come metodo di terapia sia fisica che psicologica. Pensate che la prima competizione paralimpica fu organizzata nel 1948 per veterani della Seconda Guerra Mondiale che avevano riportato danni e menomazioni; nel 1952 anche atleti olandesi parteciparono ai giochi, dandogli un carattere internazionale.

Nel 1958 il medico italiano Antonio Maglio, direttore del centro paraplegici dell’INAIL, propose di disputare l’edizione del 1960 a Roma, dove si sarebbero svolte anche le XVII Olimpiadi. I Giochi Paralimpici videro la presenza di 400 atleti e 23 Paesi, segnando l’avvio del percorso che avrebbe condotto alla nascita delle Paralimpiadi nella loro forma attuale.

 

La presenza dell’Italia

Proprio l’Italia quest’anno ha portato la delegazione più nutrita di sempre: 115 atleti impegnati in 15 discipline diverse, con una prevalenza di donne sugli uomini (63 atlete a fronte di 52 colleghi maschi); un record assoluto.

I portabandiera dell’Italia in questa edizione delle Paralimpiadi sono stati Bebe Vio e Federico Morlacchi, medaglie d’oro nei Giochi di Rio 2016 rispettivamente nella scherma e nel nuoto.

Le aspettative nei confronti della squadra italiana quest’anno sono alte, ma anche la motivazione degli atleti azzurri sembra esserlo: «È il momento per dimostrare di poter cambiare il mondo. Di poter cambiare la percezione di cosa è diverso e di cosa è normale. Di ispirare le nuove generazioni» scrive Bebe Vio sui social dopo la Cerimonia di apertura, mentre Federico Morlacchi, che fra pochi mesi diventerà papà, definisce «Un’emozione assurda portare la bandiera con Bebe. Ed essere seguiti da atleti di questo calibro è una roba che dà una carica assurda>>.

Con queste premesse a noi di Moveo non resta che fare un in bocca al lupo alla delegazione azzurra.

Auguriamo a tutti gli atleti partecipanti ai Giochi Paralimpici di spiccare il volo.

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